Commento alla Sura al-Hamd
Imam Khomeyni
Del Tafsir: Esegesi del Santo Corano
Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso
Mi è stato chiesto di commentare un poco alcuni versetti del Nobile Corano, e devo subito premettere che un tale commento non spetterebbe a gente quale noi siamo. Basti pensare a quante persone fra sunniti e shi’iti, certo ben più dotte, hanno in tutta la storia dell’Islam, cercato di chiarire gli aspetti più reconditi del Libro, e agli innumerevoli loro scritti: ebbene, per quanto si tratti talora di studi che hanno un grande valore teologico, pure, quei sapienti sono riusciti ad approfondire solamente un aspetto, quello che meglio sapevano intendere, e quello stesso è ancora perfettibile.
Prendiamo come esempio alcune opere misticheggianti, come i commentari di Muhyi od-Din o di Molla Sadra, oppure le esegesi di ‘Abd or-Razzaq Kashani: certo, sono pervase da grande spiritualità, tuttavia illustrano solamente alcuni tra i molteplici aspetti del Santo Corano. Lo stesso vale anche per le interpretazioni date da Tantavi e da Qotb, che muovendosi da binari diversi, mostrano al fondo gli stessi limiti per primi. Limiti, poi, che sono comuni pure a tutti quegli esegeti che non si riallacciano direttamente a questi due gruppi, com’è fin nel caso del Majma’ al-Bayan (di Tabarsi), ottima raccolta di interpretazioni shi’ite e sunnite, e di opere simili.
Il Santo Corano non è libro da potersi commentare pienamente, perché occorrono conoscenze a noi e agli altri ignote: ciò che riusciremo a comprendere sarà, come sempre, solo un aspetto tra i tanti. Invero abbiamo bisogno dell’insegnamento degli Infallibili Imam (as)1, che furono iniziati alla conoscenza dal Profeta Muhammad (S)2 medesimo.
Del Commentare: non è faccenda che si addica a chiunque
In questi ultimi tempi persone che nulla sanno della scienza del commentare hanno la pretesa di poggiare sul Santo Corano e sulla Sunna le loro proprie convinzioni. Ugualmente, persone di sinistra e comunisti stessi giustificano in tal modo le loro dottrine: loro intenzione è non già commentare il Santo Corano, bensì allontanare la nostra gioventù dall’Islam, nel nome dell’Islam. Questo è il motivo per cui io sostengo che le persone che non siano sinceramente portate all’esegesi non abbiano mai a parlare d’Islam con i nostri giovani: non è certo nell’interesse di questi ultimi prestar loro attenzione.
Inoltre, al “commento per congettura” è fatto divieto dall’Islam: altrimenti ognuno potrebbe a suo piacimento far ricorso al Libro di Allah (SwT)3. Per esempio il materialista ricercherebbe quei versetti che meglio potrebbero a parer suo giustificarlo, mentre il mistico argomenterebbe con altri. E’ nostro dovere rifuggire dall’uno come dall’altro sistema.
Quale conseguenza la nostra mano è ora tentennante, ché troppo spesso s’è portati con ottica propria gli insegnamenti del Santo Corano.
Del commentare alcuni versetti di dubbia interpretazione
Il fatto di commentare alcuni versetti del Nobile Corano non significa certo ch’io intenda sviscerarli completamente, ma soltanto indicare alcune possibili interpretazioni. Ora, in risposta alla richiesta di cui prima, ho pensato che la cosa migliore sia di dedicare ogni settimana, o comunque entro un periodo circoscritto, un breve lasso di tempo al commento di una delle Sure iniziali e di una delle Sure finali del Santo Corano. Si tratterà di conversazioni volutamente brevi perché, non avendo a disposizione, né io né voi, il tempo necessario per dedicarci ai dettagli, mi accontenterò di presentarle come compendio. Ripeto, sono considerazioni senza la pretesa di essere definitive, sempre per evitare quel commento che nella realtà è poi mero riflesso delle nostre opinioni.
Della Sura benedetta "al-Hamd", o "Aprente"
"Mi rifugio in Allah (SwT) contro Satana il malvagio. Nel nome di Allah (SwT), il Clemente, il Misericordioso. Lode a Allah (SwT), Signore del Creato...".
E’ opinione che il recitare "Nel nome di Allah (SwT)", nelle diverse Sure coraniche, abbia a che fare con i versetti che immediatamente seguono, ed è stato altresì sostenuto che queste Basmala siano invocazione comune a tutte le Sure; tuttavia è più probabile che esse siano parte integrante della Sura medesima. Prendiamo come esempio la Sura al-Hamd: "Nel nome di Allah (SwT), il Clemente, il Misericordioso. Lode a Allah (SwT)". Avremo: "la Lode è sul nome di Allah (SwT), il Benedetto e Trascendente". E il nome altro non è che il segno atto ad identificare cose e persone. Di qui il valore vitale di segno. Che il nome viene ad assumere: altrimenti, chi o che cosa è Zeid?
Dei nomi di Allah (SwT) quale segno della Sacra Essenza
Da quanto abbiamo detto si evince immediatamente che i nomi di Allah (SwT) sono, quindi, segno della Sua Sacra Essenza, a mente umana accessibile; ma la consistenza dovuta a questa Essenza nessuno ha saputo intenderla.
Persino il Sigillo dei Profeti (S), il più saggio e nobile dell’intera umanità, ha dovuto desistere: nessuno sa che cosa sia quest’essenza, se non la Sacra Essenza stessa. Tutto ciò che all’uomo è dato sapere sono i nomi, ma questi stessi hanno delle gerarchie interne: alcuni li possiamo discernere, altri, invece, sono patrimonio esclusivo degli Amici di Allah (SwT), del Santo Profeta (S) e da tutti coloro che da lui furono iniziati.
Del Mondo come segno di Allah (SwT)
Ora, se l’intero creato è nome di Allah (SwT), quale riflesso avremo che questo è il Segno: quindi l’esistenza stessa delle creature è testimonianza diretta dell’Essenza divina di Allah (SwT) Trascendente. Ma, allo stesso modo di prima, ad alcuni è dato di cogliere con pienezza il Segno dell’Essere, ad altri, viceversa, di averne una visione quantomeno sommaria. A quest’ultima è traccia inequivocabile, quindi ovvia, l’esistenza: da sé, peraltro, nessuna creatura-segno può scaturire.
Dell’Esistenza: da sé non può scaturire
Per natura e intelligenza l’uomo è in grado di comprendere benissimo come nessun esistente possa mai manifestarsi per sua propria volontà. Un "possibile" può originarsi da "possibile", ma solo se l’esito finale di tale catena sia un’esistenza che si identifica con l’essenza: cioè un’essenza è tale solo quando l’esistenza non ne sia separabile. E’ quindi incompatibile il pensare che la manifestazione e/o la metamorfosi della creatura possa avvenire in modo autonomo.
Ugualmente, coloro che sostengono come all’inizio il mondo non esistesse se non quale spazio infinito - a parte la questione dell’infinito, già discutibile in sé - che in lento processo sarebbe andato costituendosi quale vapore uniforme, per poi, con nuova metamorfosi, giungere alle condizioni constatabili, questi, dicevo, professano idee che già l’intelligenza rigetta: non è possibile che un essere possa manifestarsi o mutarsi senza il concorso di cause esterne.
E’ notorio, perché l’acqua si trasformi in ghiaccio, oppure giunga ad ebollizione, occorre ricercarne la causa: da sola non può certo alterare a piacere la sua temperatura portandola al di sotto dello zero o, viceversa, oltre i cento gradi, bensì rimarrà qual’è in eterno. E perché, poi, l’acqua abbia a inquinarsi, abbisogna sempre d’altro intervento.
Quindi, se la non-esistenza non necessita di alcuna interpretazione, ora che la creatura giunge allo stadio dell’esistenza, qui occorre sempre ricercare la causa.
Delle Creature quale Segno di Allah (SwT)
L’intelletto umano può intendere - con visione globale quindi sommaria, e per questo impossibilitata a comprendere pienamente - che le creature sono i nomi-segni di Allah (SwT). Ma sempre ad esso sfugge il senso vero del Nome. Certo, quando vogliamo indicare qualche cosa, possiamo dire: "lampada, automobile, Zeid, ecc.".
Diversamente, sempre per l’intelletto, questi nomi mostrano la più grande impotenza allorché cerchiamo di rintracciare la realtà infinita, l’Esistenza Assoluta - non solo possibile - cui sono, quali attributi totalizzanti, tutte le perfezioni senza limite né fine.
Della limitatezza delle creature solamente possibili
L’essere transeunte e possibile non va certo confuso con l’Essere Assoluto necessario e senza fine; è quindi naturale e comprensibile che tale essere conosca dei limiti. L’Essere necessario, invece, quello che non conosce fine, deve necessariamente trovarsi comprensivo di tutte le perfezioni, ché, qualora fosse deficitario pure d’una sola, scadrebbe anch’esso al rango dei limitati, frustrando in tal modo la nostra aspirazione a riconoscerlo quale necessario e assoluto.
Nel creato, poi, così come prodotto dell’Essere, si trovano ripartiti gli attributi della perfezione nella molteplicità dei segni che lo compongono ma, trattandosi simultaneamente di sintesi e di difetto, nel rispetto di una gerarchia. Ne consegue che ad alcuni nomi soli sia dato di contenere l’insieme degli Attributi divini, pur sempre, come è ovvio, nella misura possibile a cosa creata. E’ questo il caso del Nome Supremo.
Del Nome Supremo
Il Nome Supremo è l’espressione del Nome, è il Segno che racchiude tutte le perfezioni di Allah (SwT) trascendente: indica la perfezione, ma in rapporto con il resto del creato; è il Nome Assoluto, ma relativamente alla sintesi operata nel difetto del creato.
I nomi, poi, che vengono dopo, possiedono anch’essi le medesime perfezioni, ma ognuno entro il proprio limite e in conformità con la propria natura; e ciò fino alle cose materiali. E tanto accade perché anche quella creatura, meglio materia, che noi immaginiamo come esistente, sì, ma priva di coscienza, potere, e in definitiva imperfetta, non è affatto come noi la crediamo.
Della Lode che s’innalza da ogni creatura
Ci è difficile afferrare come alcuni esseri, che non appartengono al genere umano né a quello animale, possano comunque essere sede degli Attributi della perfezione e specchio dell’Esistenza Totale, ovviamente entro i limiti imposti dalla loro natura. Pure, e questo è un altro dei nostri limiti, neghiamo loro una ragione che, sempre con le dovute proporzioni, è poi la nostra. Quale triste scusante è che noi siamo velati e non riusciamo a percepire le lodi che continuamente essi innalzano a Allah (SwT)!
E anche accettando il loro atto di adorazione, coloro che non sanno comprendere una tale realtà la vogliono però come lode fatta con l’esistenza stessa e non verbalmente esplicita, dimentichi di quanto sostiene il Santo Corano, là dove dice che è dato anche a loro il lodare in senso pieno. Invece questi esseri, legati ad una causa, glorificano la causa che li ha generati. Nella Sunna abbiamo tradizioni autentiche che confermano e illustrano una tale realtà.
Avrete certamente inteso la storia di quel sasso che, afferrato dalla mano dell’Inviato di Allah (S), glorificava il Signore: ebbene, le orecchie, mie e vostre, sarebbero straniere a tanta lode, a quella fatta, sì, di lettere e parole, ma attinte a un vocabolario che non è il nostro.
In definitiva, pure gli esseri inanimati possiedono parola e pensiero, ma, come continuamente ripeto, sempre entro determinati limiti, cioè secondo la rispettiva natura. L’errore dell’uomo è di usare la propria intelligenza quale metro di paragone, il che lo porta a giudicare imperfette tutte le altre creature, le quali sono semplicemente diverse
Delle molteplici cose che ignoriamo
Numerose sono le cose alle quali, io e voi, siamo stranieri. Ora, alcuni fenomeni, sino a poco tempo fa misteriosi, sono stati chiariti. Per esempio: dei vegetali, da sempre intesi come sprovvisti dell’anima, ora si è pronti a giurare che abbiano una specie di antenne, adatte a captare la voce delle radici, che in certo qual modo mormorano. Sarà vero? Falso? Non so. Quel che è certo è che il mondo intero sussurra, e che tutte le creature sono Nome di Allah (SwT). Tutte le cose sono Nome di Allah (SwT): voi stesi, le mani, la lingua, siete Nomi di Allah (SwT).
Dell’articolare come Nome di Allah (SwT)
Quando recitiamo: "Nel nome di Allah (SwT), Lode a Allah (SwT)", pure l’atto del lodare è Nome di Allah (SwT). Ugualmente, le articolazioni della lingua, il moto del piede per giungere a casa, allo stesso modo del battito del cuore e del polso, o il soffiare del vento, sono tutti Nomi di Allah (SwT). Il Tutto è Nome di Allah (SwT). Sembra, dunque, che scopo di questo nobile versetto, così come dei numerosi altri dove si tratta dei Nomi di Allah (SwT), sia di stabilire la condizione delle cose: esistono, e sono Nome di Allah (SwT). Come dire che nulla esiste se non Allah (SwT) medesimo, essendo, il nome in quanto nome, transeunte.
Noi ci crediamo esseri che dispongono di un certo qual grado d’autonomia, ci consideriamo realtà. Ma, se solo un istante quel raggio esistenziale, quella Manifestazione per la quale il Creatore, in forza della Sua Volontà, ha creato il mondo, solo un attimo, dicevo, s’arrestasse, l’intera umanità volgerebbe al suo stato primigenio e cesserebbe di esistere. Difatti, la continuità dell’esistenza è ancora manifestazione Sua.
Solamente l’Epifania di Allah (SwT) trascendente ha portato in essere tutte le cose: Epifania che è, quindi, luce e realtà dell’Essere, cioè Nome di Allah (SwT). "Allah (SwT) è la luce dei cieli e della terra", luce in quanto manifestazione, come a significare che ogni cosa è in sé un’epifania, che la luce di ogni essere umano, animale, o di qualsiasi altra creatura è, in verità, Luce di Allah (SwT), e che i cieli e la terra sono espressione della Luce di Allah (SwT), non già, semplicemente, "prendono luce" da Allah (SwT). Quasi a sottolineare che gli esseri in sé non valgono nulla e che non dispongono d’un sia pur minimo grado d’indipendenza.
Al mondo non esiste alcun essere che da sé abbia esistenza, che ciò significherebbe oltrepassare le barriere del possibile e addivenire al necessario, quando uno solo è l’Essere Necessario, e questi è Allah (SwT). Tale è il senso del nostro salmodiare: "Nel nome di Allah (SwT), Lode a Allah (SwT)". Nella Sura del Reciproco Inganno, poi, con rapporto alla Basmala, possiamo intendere: Parla ché il tuo dire "Egli è Uno" è ancora nel Nome di Allah (SwT); e sempre nella stessa Sura troviamo il versetto "Canta la gloria di Allah tutto quanto è nei cieli e tutto quel ch’è sulla terra" dove, dicendo "tutto quanto", e non già "chiunque", vuol significare che la possibilità del lodare è estesa a tutti gli esseri, siano questi animati o inanimati.
Tutte le creature dei cieli e della terra innalzano lodi a Allah (SwT), ma esse stesse sono Manifestazione del Nome Suo; ugualmente, ogni movimento è mero riflesso della medesima Manifestazione.
Delle cose create come Sua Manifestazione
Tutte le cose che esistono, dunque, e tutto quanto accade nel mondo, sono Sua Manifestazione, che qualsiasi creatura lasciata in balia di sé stessa sarebbe incapace di alcunché. Come ho già detto, eccetto Lui, un’esistenza sola non ha possibilità di generarsi autonomamente: chi può sostenere d’esser stato proprio lui a produrre la tal cosa, si da mettersi a diretto confronto con la fonte di luce? Il dire "questo lo ho fatto io" comporta pure un "mi sono auto-generato dal nulla".
Così, oltre a ciò che fai, si dà per quanto per quanto tu hai: l’occhio che hai non è già il tuo, bensì cosa venuta in essere dalla Sua Manifestazione.
Ora, lodi e ringraziamenti che, noi e gli altri, continuamente innalziamo, hanno quale tramite la Basmala che, in verità, "Nel nome di Allah (SwT)" hanno da essere.
Della Manifestazione totalizzante di Allah (SwT)
Il nome "Allah (SwT)" è l’Epifania onnicomprensiva delle manifestazioni di Allah (SwT) Trascendente, e, quale conseguenza, avremo che "Clemente" e "Misericordioso" sono gli aspetti di tale Epifania, che Egli ha creato gli esseri e i mondi per clemenza e misericordia: l’esistenza, quindi, è misericordia allo stato puro e in senso lato, estendendosi pure agli esseri maligni. La grazia di cui sono investite tutte le creature è Nome di Allah (SwT), e, meglio, altro non è che Epifania Perfetta: Stazione che esteriorizza l’insieme dei nomi. Ma è, il Nome totalizzante, in realtà ancora Epifania, in quanto l’essenza di Allah (SwT) trascendente non conosce nome, "né nome né modo".
Allah, Rahman, Rahim, sono condizioni che si sono esteriorizzate sottoforma di nome. Con il Nome di Allah (SwT), in sé comprensivo di tutte le perfezioni, Egli ha quindi manifestato Misericordia e Clemenza, cioè gli attributi per eccellenza dell’Essenza. Certo, esistono pure gli attributi, quali per esempio la Collera e l’Ira, e anch’essi sono naturali, però non essenziali bensì consequenziali e accidentali. Quindi, quando diciamo: "Nel nome di Allah (SwT)", "Rahman, "Rahim" è una lode che volgiamo a Allah (SwT) nella Sua Perfezione; ugualmente, ogni nostro atto di ringraziamento e di riconoscenza è per Lui.
Quando mangiamo e lodiamo la bontà del cibo, questa lode è riconoscimento a Allah (SwT), pur se la cosa sfugge alla nostra comprensione. Se nell’ascoltare un saggio, o un filosofo, pensiamo dentro di noi che grande è la sua acutezza, questa lode non è già per lui, bensì è rivolta a Allah (SwT), ché da soli non varrebbero nulla: in quel momento lodiamo solamente Allah (SwT).
E pure colui che ha compreso e conosce a fondo tutte le cose, ha, quale intermediario per la sua percezione, l’intelligenza, e questa, a sua volta, non è altro che Epifania. Lodando la bellezza di un tappeto, o elogiando la capacità dell’uomo, crediamo che un tale encomio sia rivolto a loro medesimi, ignari come siamo che solamente a Allah (SwT) va la lode.
Della lode: solo in Allah (SwT) è lode
Solo in Allah (SwT) è lode, e a Lui vanno tutti i riconoscimenti: quando lodiamo e ringraziamo persone, lodiamo e ringraziamo presenza, non assenza, cioè, invero, lodiamo Allah (SwT).
Il nobile versetto "Sia lode a Allah (SwT)", dunque, resta a significare che tutte le lodi, tutti gli atti di adorazione e ringraziamento, sono rivolti a Allah (SwT): l’essenza della lode è in Allah (SwT). Nel lodare Zeid, oppure ‘Amr, la luce del sole, o quella lunare, crediamo di lodarli per sé stessi, ma di ciò è causa lo spesso velo che ci impedisce di scorgere la vera realtà.
Allorché questo velo cadrà, allora sapremo che in verità le nostre lodi erano solamente rivolte a Allah (SwT), e che qualsiasi forma è manifestazione Sua. "Allah (SwT) è la luce dei cieli e della terra", ovvero, Sua è ogni bontà e perfezione, e sono i mondi manifestazione Sua. Pure i movimenti che crediamo di gestire non dipendono da noi. “Non eri tu che tiravi bensì era Allah (SwT) che tirava”, come a dire che tiravi ma non tiravi; meglio, il tiro stesso era manifestazione di Allah (SwT).
E coloro che fecero un patto di sottomissione a te, invero lo strinsero con Allah (SwT), ché la mano stessa usata è Manifestazione Sua. Questo, magari, non riusciamo a comprenderlo, perché come ho già detto, non arriviamo a scorgere la vera realtà: siamo impotenti noi, non certo coloro che furono iniziati da Allah (SwT) medesimo al loro magistero.
Ma riprendiamo il nostro discorso e vediamo di considerare Basmala come dipendente dalla lode; avremo: nel nome di Allah (SwT) sono tutte le lodi, tutti i riconoscimenti sono patrimonio Suo esclusivo. Proviamo pure a lodare altro che non sia Allah (SwT), e sforziamoci, ma quest’altro che cos’è se non imperfezione, se non possibilità? E poi, lodandone l’esistenza, lodiamo ancora Allah (SwT). A tutto il creato è data parte d’esistenza e parte d’imperfezione. L’esistenza è la Luce di Allah (SwT) e l’imperfezione è altresì da Lui; tuttavia non possiamo rivolgere alla negatività, pur da Lui determinata, le nostre lodi.
Della lode: è sempre rivolta al Sì
Le lodi vanno a chi possiede esistenza e perfezione, non alla negatività; al Sì, non al No; e la perfezione è prerogativa di Allah (SwT): una sola è la perfezione, ed è la Perfezione di Allah (SwT); le negatività o imperfezioni, viceversa, sono patrimonio nostro.
Ne consegue che pure la bellezza è una sola e, anch’essa, è la Bellezza di Allah (SwT). Queste sono cose che dobbiamo intendere pienamente e recepire con tutto il nostro cuore; ma , se dirlo è facile, molto più difficile è comprendere veramente: è arduo intuire dal profondo del cuore verità intelligibili. Così, talora, parliamo di Inferno e Paradiso verbalmente, eppure vi crediamo, ma averne certezza è un altra cosa.
Della Fede: è cosa diversa dalla comprensione per via di scienza
La fede è ben altra cosa che la comprensione intellettiva, di necessità basata su fatti e prove. Dunque, parlare dell’infallibilità dei Profeti (as) è parlare di fede, ché quest’ultima, una volta che è giunta, non può errare. Se, nel vedere un uomo che brandisce la spada, abbiamo la certezza, e senza alcun ombra di dubbio, che egli è pronto a tagliarci la testa per una sola parola sbagliata nei suoi confronti, relativamente a tal caso saremo infallibili. Questo perché ci amiamo e abbiamo l’istinto della conservazione, di conseguenza staremo ben attenti a non commettere il benché minimo errore.
Ora, il credente il quale con certezza pensa che, qualora avesse a parlar male del prossimo quando questi fosse da lui lontano, quale punizione nell’Aldilà la sua lingua s’allungherebbe della distanza che esiste fra i due, o, sempre con certezza, pensa che nel Giorno del Giudizio sarà per questo inghiottito dal fuoco celeste, quel fuoco che non distrugge bensì divora in eterno, ebbene, un tale fedele, dicevo, avrà grande precauzione nell’evitare l’errore. Se talora abbiamo – Allah (SwT) non voglia- la tentazione di recar danno al prossimo assente, è certamente perché, in fondo al nostro cuore non siamo convinti del castigo a venire.
Delle Azioni: ripercussioni nell’Aldilà
Chi è convinto che nell’Aldilà le azioni terrene avranno esito - lasciando perdere al momento la forma specifica che assumeranno - buono per un atto meritorio e cattivo per i peccati commessi, porrà certamente cura nel fare. E se pure è convinto che l’irresponsabile, colui che reca danno sarà castigato, ma il timorato troverà posto in paradiso, ebbene, costui a per certo recepito questa verità dal fondo del cuore - non dico certo quello di carne - e non per averla appresa dai libri, ché grande è la differenza tra il credere e il conoscere, e non volgerà mai dal compiere buone azioni.
Della Differenza fra il Credere e il Conoscere con l’Intelletto
Coloro che si astengono dal compiere buona azioni lo fanno perché in loro non ancor giunta la certezza di cui sopra, ché solo per via di scienza cercano di intendere. Ma aspirare alla conoscenza del Profeta (S) e di Allah (SwT) Trascendente per mezzo di ragionamento logico è fatto segno di fragilità: è solamente con la fede innata e l’intuizione del cuore che possiamo acquisire fermezza nella religione.
Questa certezza ora incrollabile, la fede nella Fonte, nel contrappasso, nell’immortalità dell’anima e nel concepire la morte non già come un fine, bensì come passaggio a un mondo più perfetto, sono la migliore garanzia nei confronti del peccato e d’ogni scivolone. Il problema sarà allora: ma come? Come viene la fede?
Anzitutto "Nel nome di Allah (SwT). Lode a Allah (SwT)". Ho cercato di penetrare un poco il senso di queste parole, seppur ancora in maniera parziale; ho esposto velleità, non certezze; resta tuttavia basilare a questo fine a evitare la miscredenza al cuore, la comprensione che non si dà vera lode se non a Lui e al Suo manifestarsi.
Dell’Eccellenza di ‘Ali (as) quale Grande Manifestazione di Allah (SwT)
Quando lodiamo Principe dei Credenti (as), ancora una volta abbiamo lodato Allah (SwT), perché la grandezza del primo è solamente uno degli aspetti della Grandezza di Allah (SwT). Dal momento che nessun grado d’autonomia è concesso alle creature, è facilmente comprensibile come in realtà tutte le lodi si volgano a Lui.
Un governante che spavaldamente giunga a dire "chi può contrastare. Chi osa ribellarsi al mio potere?" è solamente perché non conosce ancora sé stesso: "chi conosce sé stesso conosce il suo Signore". Quindi semplicemente ignora di essere un nulla e che il Tutto è Lui ché, se solo si conoscesse e credesse, conoscerebbe il suo Signore.
Della Conoscenza: non Conoscendoci non Conosciamo Allah (SwT)
Il nostro problema fondamentale è dunque che non ci conosciamo, né conosciamo Allah (SwT), e non abbiamo fede né in noi stessi, né in Lui. Non c’è stata donata la certezza della nostra nullità, né che Sue sono tutte le cose. E allora gli argomenti non valgono e la nostra incertezza ci induce a cercare in noi le risposte e, fatalmente, appena pensiamo di essere qualcuno, portiamo in essere l’egoismo, o meglio, il disprezzo per gli altri e il sempre più grande desiderio di potenza. Noi non ci vediamo.
Del Problema dell’Umanità: l’Amore di Sé
L’origine dei nostri guai è tutta qua. E’ notorio che l’essere umano si ama in sé, e considera questo "sé" come un qualcosa di separato e indipendente, e non arriva a comprendere con la propria coscienza che esso è in realtà cosa d’altri, onde amarsi e poi amare Colui cui appartiene tale "sé": certamente, come lo hanno definito, assai mal definito. E tanto errore comporta che l’uomo arrivi a degradarsi e ad auto-distruggersi.
E’ questo smisurato amore del proprio io e del potere che conduce l’uomo alla morte, all’annientamento, all’Inferno: "l’amore di sé sta alla base di tutti i peccati". L’uomo è egoista, e, quindi, vede solo sé stesso, e volendo possedere sempre di più, odia chiunque l’ostacoli, e giunge a violare la sfera degli altri. Ecco la fonte di ogni nostra calamità.
Delle Lodi come Suo Patrimonio Esclusivo
Eppure s’apre, il Libro di Allah (SwT), non a caso, proprio con l’insegnarci una verità comprensiva delle risposte a tutti i problemi, là dove dice: "Lode a Allah (SwT)"; che va inteso nel senso che l’interezza, non certo una percentuale, delle lodi, spetta a Allah (SwT), e non esiste altra possibilità. Quando dice che non è possibile lodare veramente una cosa, checché comunque altrimenti si ritenga, se non in Allah (SwT), attribuendo così l’insieme delle lodi a Suo patrimonio esclusivo, lo fa per svelarci il grande segreto, la cui comprensione è la miglior difesa dell’idolatria. Ma è sempre questione di fede.
Colui che dice: "In tutta la mia vita ho sempre adorato solo Allah (SwT), l’Unico, e nessuna idolatria mi ha mai sfiorato", bene, costui ha semplicemente adottato il segreto ed ha così trovato l’essenziale, risolvendo il più grande fra gli enigmi. Pure il ragionamento ha un suo valore nel caso, non lo negheremo di certo, tuttavia è solamente un mezzo offerto agli sforzi intellettivi dei singoli, e non può avere, qualora sia deficitario del principale fondamento, né forza sufficiente, né valore.
Dei Logici: hanno Gambe di Legno
La filosofia può essere un mezzo, si, ma certo non un fine, ché funzione sua è quella di aiutare a comprendere meglio i problemi, nient’altro. Il ragionamento è simile a una gamba di legno: "le gambe dei logici sono di legno". La gamba di legno può aiutarci a procedere, ma la gamba, quella vera, ci incammina verso Allah (SwT), ci introduce alla Luce Divina, arranca verso quella certezza che ha a scendere nei nostri cuori, porta all’integrazione del nostro essere nella Totalità, e ha gradi ancor più alti.
Mi auguro – voglia Allah (SwT) - che questa nostra lettura del Santo Corano non sia semplicemente un recitare, e questo nostro commento non solo una cosa per così dire verbale, bensì occasione per accedere un istante di più alla comprensione e alla certezza. Perché il Santo Corano è il Libro che vuole educare l’uomo e indirizzarlo alla perfezione.
Allah (SwT) ha creato l’essere umano per mediazione del Nome Supremo, Allah (SwT), comprensivo di tutte le cose ma inesplicabile, e vuole portarlo da questo grado di indigenza al grado che gli è dovuto. E il Santo Corano è disceso per agevolare tanta ascensione, così come i Profeti (as), tutti: loro compito era di afferrare la mano dell’uomo e sollevarlo dal pozzo profondo in cui era caduto, estrarlo dal pozzo senza fondo dell’egoismo per mostrargli l’Epifania di Allah (SwT), affinché avesse a dimenticare ogni altra cosa. Voglia Allah (SwT) che il nostro destino sia tale.
Su voi la pace e la misericordia di Allah (SwT).
Della Funzione Specifica della Basmala in ogni Sura del Santo Corano
Nel nome di Allah (SwT), il Clemente, il Misericordioso
"Lode a Allah (SwT) Signore del Creato". Il nostro discorso può essere così sintetizzato: questa forma prepositiva "nel nome di Allah (SwT)", a che cosa fa riferimento?
Come abbiamo già detto, una delle possibilità è che la Basmala sia parte integrante della Sura medesima: ma di quella soltanto, non di altre. Quindi, seguendo questa lettura, nella Sura della Lode avremo: "Nel nome di Allah (SwT), il Clemente, il Misericordioso. Lode a Allah (SwT)", cioè "Lode sul nome di Allah (SwT)". Ne consegue allora che la Basmala di ogni Sura sarà di volta in volta diversa.
Tornando alla Sura in questione, l’"Aprente", occorre stabilire su quale nome avviene effettivamente a cadere la lode, qual’è il Nome-Manifestazione sul quale essa ha da cade. Ugualmente, bisognerà discernere, nelle altre Sure, il nome dal quale dipende la Basmala.
E’ problema preso in considerazione anche dal Fiqh: se si pronuncia una Basmala con l’intenzione di recitare una determinata Sura, e successivamente si decide per una Sura diversa, tale Basmala non sarà più valida, bensì si dovrà pronunciarla da capo in vista della nuova Sura.
Tanto accade, per l’appunto, perché la Basmala non è la medesima, a dispetto di coloro che la vogliono sempre uguale, non considerandola come parte d’ogni singola Sura, e, nel caso della Sura Aprente, vedendo in essa - altro errore - una formula di benedizione.
Ora, con una tale prospettiva, che è la nostra, di pertinenza specifica, avremo nel caso che la parola "lode", che viene immediatamente appresso alla Basmala, resta molto probabilmente a significare che tutte le lodi sono patrimonio di Allah (SwT) e che questo atto di ringraziamento potrà effettuarsi solo con mediazione e per mezzo del Nome di Allah (SwT), questo significa pure che il lodante, così come il suo corpo e le sue membra, è in sé un nome-segno di Allah (SwT). Ugualmente, i vostri nomi, quello di Zeid, e di qualsiasi altro, sono i luoghi della Manifestazione.
Bisogna comunque porre grande attenzione alle differenze che esistono fra il fattore divino, che è fattore d’esistenza, e i fattori naturali. Una delle differenze - che sono molte - è che i fattori divini, in quanto emanazione della Fonte, sono talmente riassorbiti nella Fonte medesima da non conoscere alcuna autonomia loro propria.
Per meglio comprendere prendiamo quale esempio - consci però che il problema è più complesso - il rapporto raggio-sole, e constatiamo come in effetti al raggio non sia data alcuna possibilità d’indipendenza dal sole.
Allo stesso modo, nel fattore divino, la cui creazione ed esistenza sono emanazioni della Fonte di tutte le Eccellenze, non possiamo scorgere alcun grado d’indipendenza, né quanto a manifestazione né quanto a sussistenza: una siffatta natura non sopravvivrebbe un solo istante qualora venisse a mancare la Fonte, da cui dipende così in origine come nel proseguo.
Abbiamo quindi appurato come essa non conosca alcuna autonomia e come essa s’annienti nella sua stessa Fonte; ma, essendo questa luogo dell’Epifania dei nomi, è facilmente comprensibile come, una tale natura, sia in definitiva, anch’essa, Manifestazione del Nome di Allah (SwT).
Della Mancanza di Autonomia del Possibile quanto a Certezza e Permanenza
I nomi sono fattori divini, così come la luce dei cieli e della terra è manifestazione della Luce Divina: "Allah (SwT) è la Luce dei cieli e della terra". Luce, dunque, come Sua emanazione, e non come Allah (SwT) medesimo; sappiamo però di come la manifestazione si annienti totalmente nella sua Fonte generatrice, non avendo essa dignità d’indipendenza, sicché non sbagliamo nel dire che Allah (SwT) stesso è, in verità, Luce dei cieli e della terra.
Delle Ipotesi Possibili quanto alla parola Lode
Se nella parola "al-Hamd", al Lode, noi consideriamo, in un contesto di stretta attinenza alla Basmala, l’articolo "al" come totalizzante, come indice di una summa, vuol dire che tutte le lodi appartengono a Allah (SwT) e si attuano per mediazione del Nome di Allah (SwT), ma che il lodante è, pure, Nome di Allah (SwT). Meglio, il Lodante e il Lodato sono identici, il Manifesto e il Manifestante sono una sola persona: "Tu sei come Ti lodi, io mi rifugio in Te da te".
Se il lodante è riassorbito nel Lodato, è come dire che Egli stesso loda Sé, e non esiste più possibilità che alcuno lodi alcun altro. Possiamo però considerare anche un’altra ipotesi, e cioè non già prendere quell’articolo come totalizzante, ovvero espressione della molteplicità individuale, bensì considerare la lode del tutto spoglia da ogni sorta di particolarizzazione.
In questo nel versetto "Nel nome di Allah (SwT), il Clemente il Misericordioso. Lode a Allah (SwT)", avremo l’indicazione di una Lode Assoluta, senza nessuna limitazione. Ma allora, e qui la cosa si fa complessa, le nostre lodi non potranno più raggiungerlo, data la nostra limitatezza: come può, infatti, un atto di adorazione limitato in sé, raggiungere l’Illimitato?
Ne consegue, ancora una volta, che Egli solo, anche se per motivo diverso da quello di prima, può lodare Sé stesso, laddove lodare una bella grafia, una luce, un saggio, una perfezione, una bellezza, era lode alla perfezione della Sua Essenza e manifestazione che, se questa venisse a mancare, ad essa nulla sopravvivrebbe: tutto ciò, ora, non si dà più.
Delle Creature come Manifestazione di Allah (SwT)
Prima ipotesi, insomma: tutte le creature sono Manifestazione di Allah (SwT), sono luce - "Allah (SwT) è luce dei cieli e della terra" - , e, ripeto, se venisse a mancare questa manifestazione, con essa cesserebbe pure qualsiasi forma di vita. E là dov’è Manifestazione, è lode alla Perfezione, invero lode a Allah (SwT), ché una sola è la perfezione, ed è la Perfezione di Allah (SwT).
Si tratta quindi lode elevata al segno corrispondente all’Essenza, all’attributo, alla Manifestazione. Nella seconda ipotesi che abbiamo contemplato, invece - torno a ripetere che parliamo solo di possibilità - la Lode è presa nel suo senso più assoluto, ovvero Lode in sé stessa - non già totalità di lodi - senza alcuna determinazione. Le nostre lodi, viceversa, sono tutte limitate e per il determinato, ché non possiamo raggiungere l’Essere Assoluto. Le nostre lodi possono solamente raggiungere le manifestazioni, non già lodare Lui, e allora non è Lode se non è Lui a lodarsi.
In questa seconda ipotesi il nome di "Nel nome di Allah (SwT), Lode a Allah (SwT)" non potrà più essere inteso con l’accezione precedente, ché là tutte le creature, voi, quello, quell’altro, erano nomi: qui il Nome è la stessa Emanazione Assoluta, e quindi priva di qualsiasi limitazione.
E’ il Segno Assoluto, Manifestazione dell’arcano, e nome stesso del velato a cui volge la lode: questo il motivo per cui solo Lui può lodare Sé stesso. La Manifestazione, comunque, loda sempre il Manifestante, si tratti di totalità di lodi o di Lode assoluta che per mediazione del Nome adatto giunge presso l’Assoluto.
Pure è stato osservato che la Basmala possa non già essere parte della Sura, bensì appartenere alla Manifestazione stessa. Se così fosse, ogni manifestazione sarebbe tale solo col concorso della Basmala. Ogni creatura viene in essere per il Nome di Allah (SwT), che è Fonte Esistenziale di tutta la creazione. E tale Nome può forse trovare riflesso nel corpus delle tradizioni autentiche, laddove è detto: "Allah (SwT) creò la Volontà in sé, poi da questa ha creato le cose".
Della Volontà come Manifestazione Primaria
Allah (SwT) ha creato la Volontà quale prima emanazione, cioè senza intermediario alcuno, e per essa sono venute al mondo tutte le creature. E la manifestazione dell’esistenza, secondo l’ipotesi, s’è effettuata per la Basmala, che allora non si rifà alla Sura, bensì a un qualche cosa che Sura non è. Ora, alcuni dotti introducono in questo contesto una formula quale "Io Gli chiedo aiuto" o altre espressioni simili.
E’ lo stesso pur se quei dotti non si rendono perfettamente conto che dire "Chiedo aiuto a Allah (SwT)" significa poi "Chiedo aiuto nel nome di Allah (SwT)". Non è possibile immaginare una richiesta d’aiuto senza il sigillo del Nome di Allah (SwT), né pensare che la Basmala abbia qui funzione di pura formalità: essa è la Manifestazione stessa, ché è, ogni richiesta, sempre nel Nome di Allah (SwT).
Della Richiesta d’Aiuto come Manifestazione
La richiesta d’aiuto è la Manifestazione, così come ogni cosa lo è, comunque si voglia talora distinguere. Quanto al nome, come ho già detto, esso è segno atto a significare tutte le cose, qualunque cosa esistente; è quindi segno di ogni creatura, ma esistono delle gerarchie. Talora il nome può essere comprensivo di tutti i significati dell’oggetto, talora appartenere a livello inferiore, e questo vale nei riguardi di tutte le creature, ognuna nel suo rango, giù sino agli infimi.
Nel corpus delle tradizioni autentiche ci è dato di leggere: "Noi siamo i Nomi più belli".
Nome di più alto livello nella Manifestazione hanno il Profeta Glorioso (S) e i santi Imam (as). Essi sono pervenuti alla Stazione ultima della Perfezione, leggeri di creature e di cose; non come noi, che ci ritroviamo entro il pozzo.
Dell’Egira Verso Allah (SwT)
Noi non abbiamo ancora intrapreso il cammino di coloro che sono emigrati da questo pozzo, coloro di cui è detto nella Tradizione: "Colui che lascia la sua casa per emigrare verso Allah (SwT) e il Suo Profeta, e in seguito morte lo sorprenda, ebbene, la sua ricompensa sarà in Allah (SwT)".
Sembra proprio da intendersi che questa emigrazione significhi uscire da sé - la casa di cui si parla è il proprio egoismo - e andare verso Allah (SwT). Alcuni sono emigrati da questa casa oscura, da tanto egoismo, e si sono incamminati verso Allah (SwT) e il Suo Profeta (S) sino a giungere alla Stazione della Morte.
Hanno cioè raggiunto lo stadi di non possedere alcunché di sé medesimi: la morte assoluta; loro ricompensa è in Allah (SwT), e non hanno preoccupazioni né di Paradiso né di altre delizie. Solo Allah (SwT).
Colui che riesce ad insorgere contro il proprio egoismo e s’incammina verso Allah (SwT) e il Suo Profeta (S) - ché andare verso il Profeta (S) è ancora la medesima cosa che andare presso Allah (SwT) - e in seguito morte lo sorprenda, ciò che gli resterà sarà Allah (SwT).
Si, una categoria di persone c’è, che ha intrapreso l’egira a Allah (SwT), e avendo compiuto il viaggio si trova in egira perpetua; altri, viceversa, pur partiti, non sono riusciti a raggiungere l’annientamento vero di sé.
Buoni ultimi, veniamo a noi, cui il problema non si pone nemmeno, imprigionati come siamo nelle tenebre del mondo e della natura, reclusi entro questo pozzo, nella casa del nostro egoismo. E, se non abbiamo ancora deciso di partire, è che troppo grande è l’amore in noi stessi, l’interesse per le cose di quaggiù.
Dei Settant’Anni di Cammino
Le energie che Allah (SwT) ci ha concesso, noi non le rifiutiamo, però le sprechiamo. Restando nel medesimo luogo, dissipiamo il deposito divino che ci è stato affidato, e via via più distanti ci facciamo da quella che, nostra Fonte, avrebbe da essere anche la nostra Meta.
Sempre nel corpus delle tradizioni, troviamo che il Santo Profeta (S) sedeva coi suoi compagni allorché udirono un forte boato. Interrogato sulla cosa, il Profeta (S) avrebbe risposto che una grossa pietra, dopo settant’anni, dalla cima era finalmente giunta al fondo dell’Inferno e, essendo questo un pozzo, si spiegava così i tonfo che avevano udito. Era una parabola, per dire d’un uomo di settant’anni appena morto, il quale, in tutti quei suoi anni, aveva percorso il sentiero degli smarriti.
Bene, io sono ormai ottant’anni che seguo questo sentiero, e voi, quanti anni avete voialtri? Spero che il vostro cammino sia, d’ora in poi, quello dei giusti.
Del più Feroce dei Nemici
Tutto quello che abbiamo, che ci capita, è, invero, provocato dall’enorme amore per noi stessi, dal nostro smisurato egoismo: "Il tuo più grande nemico è l’animo tuo, che entro te risiede". Quest’animo è l’idolo più grande, anzi è, degli idoli di tutti, il padre, ma l’uomo più di ogni altra cosa adora lui.
Finché l’uomo non avrà distrutto quest’idolo non potrà accedere a Allah (SwT): non è possibile conciliare idolo e Allah (SwT), egoismo e divinità! Sino a quando non usciremo da questa casa, da questo tempio idolatrico, e non volgeremo le spalle all’idolo e il volto a Allah (SwT) Benedetto e Trascendente, noi saremo pur sempre idolatri, quantunque all’esterno possiamo passare per credenti.
Articoliamo il nome di Allah (SwT), si, ma in realtà stiamo pensando a noi stessi, e quando recitiamo "Ti adoriamo e invochiamo il Tuo aiuto" è ancora, e solo, una forma esteriore, ché in realtà, sospinti dalla bramosia, vediamo solo noi stessi. Non saremo mai veri credenti, fino a quando non riusciremo a sconfiggere noi stessi.
Delle Dispute Causate dall’Egoismo
All’origine di ogni dissidio è l’egoismo smisurato dell’uomo, il vero credente non conosce dispute: due persone che si azzuffano devono riconoscere di non essere veri credenti, ché altrimenti non sarebbe accaduto.
Chi non sia fermo nella fede, bensì rimiri il proprio io, giungerà a desiderare per sé ogni cosa, e ciò provocherà divergenze e scontri. Se il mio desiderio è di avere un’illusoria autorità, ma è pure il vostro, ovvero se voglio per me il tappeto che voi desiderate, non c’è possibilità di conciliazione, e iniziamo a litigare.
Poi, andando avanti così, se qualcuno desidera governare un paese, ma anche un altro è interessato alla cosa, ecco che scoppia la guerra. Tutte le guerre al mondo affondano la propria radice nello spropositato egoismo delle persone: sono battaglie di egoismi. Gli Amici di Allah (SwT), viceversa, hanno obliato l’egoismo, a tra loro non insorgono mai dispute. Avessero da riunirsi tutti in un unico luogo, pure non si avrebbero diverbi, perché la loro attenzione è volta unicamente a Allah (SwT), e questa unità di intenti blocca la strada a qualsiasi divergenza. Noi invece, entro questo pozzo, ecco che siamo ottenebrati dalla grande oscurità dell’egoismo, e mai avremo accesso alla Luce Divina, se non riusciamo ad emergerne.
Tanto egoismo fa sì che in una cosa che ci interessa, qualunque sia la sua natura, siamo pronti a scorgere ogni qualità positiva. E qualora una verità sia contraria all’utile nostro, ci affrettiamo a respingerla come errore, non prendendola nemmeno in considerazione. Ecco la causa di tutte le nostre dispute: questo gran tirare, che ognuno fa, dalla parte sua; finché sarà così, non potremo chiamarci veri credenti, ché, in verità, siamo rinchiusi in un tempio idolatrico. Per sfuggire a tanta prigionia occorre che una mano invisibile ci afferri e ci trascini fuori: questo lo scopo della venuta dei Profeti (as).
Della Missione dei Profeti (as)
Missione di tutti i Profeti (as) e dei Libri Rivelati, è trascinar fuori l’uomo da questo tempio e di istruirlo, frantumato l’idolo, nella vera religione, fare regno di Allah (SwT) questo mondo che è regno di Satana. Perché, così com’è, questo mondo è controllato non già da Allah (SwT), bensì da Satana, e noi ne siamo sudditi: noi ubbidiamo a Satana, e il desiderio, l’egoismo, sono due manifestazioni.
Fino a quando non saremo emigrati, in conformità con l’insegnamento del Profeta (S) e degli Amici di Allah (SwT), rimarremo schiavi del nostro egoismo, ovvero di Satana. Resteremo nel pozzo. Dobbiamo porre rimedio a tutto ciò, dobbiamo sfuggire tanto insensato egoismo, puri spettatori all’altrui successo in questo mondo, talora inaudito ma seguito sempre dalla caduta nel Nulla. Si, dobbiamo proprio emigrare.
Della più grande Jihad
Per poter attuare la nostra emigrazione e sfuggire l’egoismo, è necessario ricorrere alla Jihad: "Voi siete appena tornati dalla Jihad al-Asghar (piccola Jihad), ora vi aspetta la Jihad più grande di tutte". Tutte le Jihad di questo mondo sono tributarie di tanta nostra guerra: se ne usciamo vittoriosi, pure gli altri saranno riconosciuti presso Allah (SwT), ma, se ripieghiamo impotenti, saranno Guerre nel segno di Satana.
A colui che affronta la Jihad per guadagnare bottino e schiave, quello sarà il suo miserabile compenso, ma a colui che lo fa per incamminarsi verso Allah (SwT), Allah (SwT) stesso sarà la ricompensa. Certo, le azioni degli Amici di Allah (SwT) sono in tutto differenti dalle nostre, ché diverso è l’impulso motore, fra noialtri e loro!
Della Purezza Divina: Ammira!
Il detto "Il colpo inferto da ‘Ali il giorno della battaglia delle Trincee è più meritorio di tutte le preghiere degli uomini e dei jinn" non è poi così strano. L’atto di passare da parte a parte un nemico non è certo degno di tanta lode; meritorio è, invece, soprattutto il fatto che, in quel giorno decisivo, l’Islam sia riuscito a sconfiggere gli infedeli; altrimenti sarebbe stato perduto.
Ma se questo è un significato del detto, un altro significato è da ricercare, in quel caso, nella misericordiosa divina purezza dell’intenzione. Si narra che, battendosi ‘Ali (as) corpo a corpo con un tale, quello gli sputò addosso; il Principe dei Credenti (as) allora si alzò, per calmarsi prima di tornare ad affrontare il nemico, nel timore, dicono, che a spingerlo fosse la sua collera e non già l’ordine divino, il che avrebbe macchiato la purezza dell’atto.
Mai, altrimenti, un colpo potrebbe essere giudicato superiore, Allah (SwT) ne liberi, a tutte le preghiere. E’, insomma, lo spirito con cui viene praticato che determina differenze nell’atto di culto, ché, esteriormente, non v’è gran distanza fra adorazione pagana e monoteista.
Dall’esterno, i gesti cultuali si assomigliano un po’ tutti: anche Abu Sufyan pregava, e Mu’awiyah era pure imam dei suoi! E’ il soffio divino che fa la differenza, e solo grazie a esso la preghiera sale a Allah (SwT) e Gli diviene accetta. Suvvia, non fingiamo!
Dell’Obbedienza Nostra, per il Paradiso
La nostra adorazione è soprattutto rivolta a noi stessi; quanto poi a colui che si trova più o meno sulla retta via, adora Allah (SwT) perché aspira al Paradiso. Se eliminassimo il Paradiso, chi rimarrebbe, ad adorare Allah (SwT)? Solo ‘Ali (as) e i suoi simili: "Egli amò passionalmente l’adorazione e l’abbracciò".
Coloro che sono emigrati dalla dimora oscura dell’egoismo non hanno altro desiderio che Allah (SwT), per loro gioie e delizie del Paradiso non fanno differenza dall’Inferno: hanno raggiunto la Morte Volontaria e s’annientano nell’Essere.
Hanno trovato il loro Allah (SwT) degno di essere adorato, ed esclamato: "Sia lode all’Essenza divina"; ecco una stazione certa. Altre, numerose, ve ne sono poi che non sappiamo intendere, ma il primo passo consiste comunque nell’abbandonare questa casa, il proprio io e insorgere nel segno della Volontà Sua. Dobbiamo svegliarci.
Ora noi siamo addormentati con aspetto desto: questo animale, e il sonno umano. "Gli uomini dormono, al momento della morte si svegliano". Dormiamo, quindi, per svegliarci alla morte e sincerarci dell’incubo. Ma la Jehenna, ecco, già sta avvolgendo gli empi...". Il che sta a significare che l’Inferno ghermisce in quel momento stesso, ma, intorpidito dal narcotico naturale, nessuno, prima, s’era accorto di nulla. Ed ecco, al risveglio, fiamme tutt’attorno.
Inesorabilmente, questo è il nostro sentiero: dobbiamo svegliarci al più presto e incamminarci sulla via tracciata dai Profeti (as), seguendo i loro insegnamenti.
Della Venuta dei Profeti (as) per la messa a punto dell’Essere Umano
Missione di tutti i Profeti (as), nessuno escluso, è di correggere l’essere umano, di restaurarlo e riformarlo, educandolo alla giustizia. Giustizia e ingiustizia che sono poi miSure umane nel senso che, correggendo l’iniquo, stabilite giustizia, così come quando convertite alla Fede il pagano.
E questo significa indirizzare a salvezza, aprendogli gli occhi, colui che cammina verso il baratro e la Jehenna.
Noi ormai carichi d’anni, ci siamo fermati ansanti, siamo qui in sosta sulla terra; anche noi non riusciamo ad andare avanti: bene, niente da fare, abbiamo bisogno anche noi di un’egira, di un’indicazione per il sentiero che porta alla salvezza. Anche noi ci dobbiamo muovere.
Ai Giovani
Voi giovani avete più possibilità di trovare la via. Le nostre forze ormai ci abbandonano, ma voi, che siete giovani, potete farcela, siete più vicini al Regno dei Cieli.
Le radici della corruzione sono in voi meno sviluppate, anche se ogni giorno che tardate a correggervi diverranno sempre più robuste e profonde. Ora che siete giovani è il vostro momento, ché mille sono i giovani che riescono laddove un vecchio fallisce. Il difficile viene poi.
Non rinviate le cose alla vecchiaia, cominciate subito, seguite gli insegnamenti dei profeti: essi conoscevano bene il cammino, noialtri no, ed erano pure medici per l’animo. Se volete salvarvi, seguite il loro sentiero. Pian piano, magari: occorrerà certo del tempo, ché non è agevole cosa, ma, seppur lentamente, incamminatevi.
La cura eccessiva di noi stessi, delle cose nostre periture, è nociva, solo ciò che rimane è pertinente a Allah (SwT): "Tutto ciò che possedete è transuente, ma ciò che Allah (SwT) tiene, quello è eterno...".
Nell’uomo, insomma, è una sfera d’azione umana ("ciò che possedete") e una divina ("ciò che Allah (SwT) tiene"): fino a quando l’uomo resta aggrappato a sé stesso, è perituro, se volge al divino troverà perpetuità nel Nome Eterno.
Della Guerra atta a Sconfiggerci
Fate quanto è in vostro potere, facciamo quanto è in nostro potere, per venirne fuori, da questa nostra situazione. Coloro che combatterono la Jihad, e sconfissero gli infedeli, non guardavano al numero dei loro avversari: "Se tutti gli Arabi si raggruppano per fronteggiarmi, io pure non indietreggio".
Questo perché avevano il sostegno divino, e quando una cosa è patrimonio divino come si può pensare alla sconfitta? Indietreggiare? E verso dove? Ma, soprattutto, coloro che partecipavano alla Jihad e avanzavano incuranti di sé stessi, era perché in qualche misura, ognuno a sua misura, avevano già vinto il loro egoismo.
Fino a quando l’uomo non volge le spalle al mondo, al mondo delle sue povere aspirazioni, non riesce ad andare avanti.
Il mondo di ciascuno, invero, è basato sui suoi desideri e sui suoi impulsi. E’ natura, questa? No, il mondo fatto oggetto di biasimo non è quello naturale. Il mondo? E’ quello che vi trovate davanti. La natura, e il mondo che siete voi?
Allorché attendiamo unicamente ai desideri, quello è il nostro mondo, e nulla ha da spartire con la natura, il sole o la luna, che sono segni lodabili e lodati di Allah (SwT). Ciò che allontana l’uomo dalla santità e dalla perfezione è il mondo della sua incontenibile umana bramosia.
Voglia Allah (SwT) che ci sia dato di emergere da questo pozzo oscuro, e di poterci incamminare lungo la strada tracciata dagli Amici di Allah (SwT), essi che di questo luogo perituro hanno saputo liberarsi, assurgendo a Morte Volontaria.
Pace
Del rapporto Allah (SwT)- Creature
Nel nome di Allah (SwT), il Clemente, il Misericordioso
Lode a Allah (SwT), Signore del Creato
Imprescindibile alla soluzione di alcuni dei suddetti problemi è la retta impostazione, da parte dell’uomo, del concetto di rapporto tra Allah (SwT) e le creature, e delle qualità del medesimo; impostazione che deve essere, com’è ovvio, non già catechistica e iterativa bensì argomentata, per quanto a noi sia concesso di procedere per via di logica.
In ogni caso il rapporto in esame nulla ha a che vedere con quello che si dà tra due elementi alla pari e reciprocamente autonomi, quale per esempio il rapporto padre-figlio e viceversa, e neppure con quello, analogo anche se certo più intimo, del tipo raggio-sole, o con quello ancor più intimo del tipo Anima-anima del singolo.
Né sfugge alla casistica della mera proliferazione e diversificazione anche il rapporto del tipo anima sensitiva-sensi. Il rapporto che sussiste tra gli esseri e la Fonte degli esseri, cioè Allah (SwT), è ben altro, come si evince talora dal Santo Corano e dalla Sunna.
Per esempio: "Si è manifestato il suo Signor sul monte". O anche (preghiera per l’accensione dei fuochi) "Per quella luce del Tuo volto che si manifestò sul monte livellandolo", dove la causa è remota, un po’ come quando si dice, nel caso di un’uccisione per mano umana, che è venuto per il tale l’angelo della morte o che "era detto".
La meditazione di alcuni nobili versetti vale comunque a chiarire il nostro problema.
Del Concetto di Lode
Secondo la prima proposta di soluzione di cui sopra, Lode equivale a totalità di lodi, cioè a moltiplicazione ad infinitum dell’elogio in sé, nel senso che non s’abbia lode se non a lode di Allah (SwT). Allo stesso modo andrà allora considerato il Nome.
La Lode si individua al suo manifestarsi, come il raggio di sole all’atto dell’irradiamento, e l’anima sensitiva nel sentire, differenziatamente concreto. E come i diversi luoghi della Manifestazione indicherebbero Allah (SwT), così Lo indicherebbe la differenziazione dei nomi.
Venendo però alla seconda proposta, sulla lode come assoluto, dovrebbe dedursi che così non sia, nel senso che non è Lode quella che proviene dal lodante, e che la pluralità di manifestazioni non è se non manifestazione di pluralità. Pienezza di lode non sarebbe allora cosa nostra, per quanto manifesto e plurimo sia il nostro lodare. Sennonché, dal momento che tale pluralità si annulla e vanifica nell’assoluto, ecco che possiamo nuovamente parlare di Lode.
Il punto di vista pluralistico nega qui quanto il punto di vista unitario, in forza della vanificazione della pluralità nell’unità, torna ad affermare. L’interpretazione del versetto coranico è dunque totalmente diversa in ognuna delle due possibilità di lettura: somma di lodi come di nomi nell’un caso, e sommersione degli stessi in una Lode e in un Nome nell’altro.
Le conseguenze di ciò coinvolgono poi anche il "Clemente" e il "Misericordioso" che seguono nella Basmala, dove si tratta di due diverse manifestazioni del Nome di Allah (SwT) Onnipotente, riducibili al Nome supremo di Allah, per moltiplicazione ovvero vanificazione nell’assoluto.
Della Manifestazione nelle Cose Esistenti
Tale Manifestazione è da ricondursi al Nome supremo. "Clemente" vale attualizzazione di clemenza, come "Misericordioso" è attualizzazione di misericordia, e "Signore del creato" vale attualizzazione di adorabilità.
Però sempre nei due possibili sensi. Così, stando alla seconda lettura, e Nome, e Allah (SwT), e Clemente, e Misericordioso, e così via, sino alla fine della Sura, costituiscono un assoluto in tutti i sensi svincolato.
In ogni caso, a ogni nome distinto corrisponde una distinta categoria d’azione; dove assolutezza d’azione è cosa precipua di Allah (SwT) Onnipotente, e dove a Lode in assoluto corrisponde il Nome rappresentante l’Essenza stessa in sé, cioè a dire Allah, il quale nome è onnicomprensivo d’Essenza, e non già indice di questa o quella manifestazione specifica, come è Clemente per la clemenza, o Misericordioso per la misericordia, o Signore per l’adorabilità, e così via.
Tanto è da dirsi con ragionamento filosofico di tipo logico: ragionamento non gnostico, e diverso anche dal procedimento del Santo, il quale giunge alla definizione con approcci e per stadi di rivelazione diversi.
Dei Profeti (as)
Il Santo non ha la possibilità di chiarire il suo procedimento alla comunità. Anche il Santo Corano è giunto, come si dice "è sceso", a gente prigioniere ai ceppi dell’errore, e la mano e la lingua dello stesso Profeta (S) restano legate, non sono in grado di far partecipi gli uomini della Verità, ove non ricevano a loro volta un segno celeste.
Perciò si dice, del Santo Corano, che esso abbia sette, ovvero settanta, riposte cavità, ognuna delle quali rappresenta la condizione storica del suo comunicare con gli uomini. Allah (SwT) si esprime attraverso la sua azione cioè opera creativa, si tratti pure d’un cammello secondo il detto "E mirano i cieli la creazione del cammello", ed è per noi motivo di vano rimpianto che Egli ci si faccia conoscere soltanto attraverso cose create, quali il sole, il cielo, la terra e l’uomo stesso. In ogni caso, anche la lingua dei profeti è vincolata al silenzio, e non solo la lingua, ma anche il cuore (si dice "Aprimi il petto Signore, e dimmi che fare, e scioglimi la lingua"), al punto che n’è impedito loro di estrinsecare sia quanto hanno raggiunto, sia il modo con cui lo hanno raggiunto, e d’indurli a esprimersi, dinanzi all’indicibile, solo con similitudini ed esempi.
Il nostro livello non è davvero diverso da quello del cammello, e il grado di conoscenza cui ci è dato di arrivare è estremamente rudimentale. E quanto alla luce sul monte, di cui s’è detto, si pensi a Mosè (as), ridotto a esclamare, dopo esser stato fatto segno di divina Manifestazione (eppur era grande profeta!): "Mostrati a me, ch’io ti veda; ch’io ti veda con i miei occhi". Una visione fisica, sensoriale e materiale, che certamente non c’è concessa.
Eppure, ecco un profeta sorpreso a gridare cose del genere nel momento stesso che gli viene dato - apogeo alla sua missione - di dialogare con Allah (SwT). Ed ecco, anche, l’ovvia risposta: "Tu non mi vedrai". Cioè: "Finchè sei e resti Mosè, non c’è verso che tu Mi veda". Eppure Allah (SwT) non voleva confonderlo, anzi investirlo: "Guarda il monte!".
Ebbene, che cos’è questo monte, creatura tale da ospitare una Manifestazione che Mosè (as) non è in grado di ospitare? Il Sinai? Se ci fossero stati altri uomini sul Sinai, quel giorno, avrebbero forse visto la Manifestazione? Si trattava forse del sole? Pur tuttavia, questo "si manifestò il suo Signore", e questo "guarda il monte" erano una promessa: una promessa e, nel contempo, un monito.
Erano una grazia il cui peso distrugge colui su cui grava, ché la Manifestazione medesima è tale da livellare il monte a deserto pianoro, ad annullare insomma il suo stesso veicolo e a condurre a morte Mosè (as).
Ma tutto ciò è per noi, prigionieri di tante tenebra, nulla più di una meravigliosa storia narrata. E il monte, sì, è per noi il Sinai.
Del valore di ‘Manifestazione’
Una luce dunque, proveniente dal monte, tale che Mosè (as) la vedesse, ma anche tale che ogni altro potesse vederla, una luce nell’accezione sensoriale della parola. Anche Gabriele (as) leggeva il Santo Corano al Profeta (S), ma era, chiunque fosse presente, in grado di ascoltare? Certo è che, per noi, si tratta di cose velate da grande distanza, e di cui tutto ignoriamo.
La visione profetica è come visione di sogno, quando si vede qualche cosa non si può raccontare, e del resto, se la lingua narrare sapesse, gli uditori sarebbero comunque tutti sordi. Impotenza di chi sogna, e impotenza di chi ascolta il resoconto del sogno. Oppure: è un resoconto, ma non per noi. Comprendiamo solo il comprensibile.
Il Santo Corano contiene tutto: norme legali di comportamento esteriore, e vere e proprie fiabe il cui succo è inaccessibile. Il Santo Corano è per tutti; e tutti ne facciamo uso, però non lo si conosce dai sermoni che lo citano.
Per cui uno è il Profeta (S), e gli altri restano esclusi, se non in forza del suo insegnamento: insegnamento che legittima anche il Santo, cui Gabriele (as) è sceso nel cuore, ma restando sempre ed esclusivamente il Profeta (S) il luogo della discesa, che lui solo concerne come acquisizione sua occorsa nella Notte Benedetta, in quel momento di elargizione e non in un altro. ma certo, in un senso più intimo, la Rivelazione è Gabriele (as) stesso, cioè è sostanza angelica che in quanto tale si identifica col messaggio, e in quanto tale deve estrinsecarsi, passando di livello in livello sino a raggiungere forma di parola.
Dell’Essenza del Santo Corano
L’essenza del Santo Corano, peraltro, non ha qualità di verità sensibile, ché non può essere vista né udita; non appartiene nemmeno alla categoria delle parole, né a quella degli accidenti. Pure, lo fecero scendere su di noi, ciechi e sordi, affinché avessimo a comprenderlo. Ma coloro che veramente ne traevano profitto hanno capacità ed educazione ben diverse dalle nostre, e sanno penetrarlo al punto di recepire fin la Manifestazione di Allah (SwT) Trascendente.
Ora, con la discesa di questa manifestazione divina sul mondo fenomenico, vengono in essere livelli diversi tra il mondo naturale, sensibile, e il mondo impercettibile, fino alla Manifestazione primaria; allo stesso modo esistono degli amici di Allah (SwT) e dei Profeti (as), che permette loro di accedere alle verità trascendenti.
Essi, cioè, sono giunti a quella Manifestazione che già si rivelò a Mosè (as), come leggiamo nella preghiera "Noi Ti invochiamo per quella luce del Tuo volto che si manifestò sul monte...", corrispondente al versetto "E Allah (SwT) si manifestò sul monte"; e, poco oltre, nella manifestazione dell’albero: "O Mosè! In verità Io sono il tuo Signore...".
E questo, tutto questo, per far comprendere a Mosè (as) che si trattava veramente di Allah (SwT). Ogni cosa, così, nella Sua stazione, nell’ordine gerarchico Suo.
E noi, come fare noi, per comprendere il Santo Corano? Certamente non è questione qui di solo insegnamento, di ciò che normalmente si intende per ‘istruzione’.
Del Commento del Santo Corano
Se scorriamo i vari commentari al Santo Corano, questi commentari correnti, vediamo che molteplici sono le allusioni al fatto che essi siano stati scritti per ciechi e sordi. Il Santo Corano è onnicomprensivo della risposta a ogni problema, ma l’unico che sappia veramente intenderlo pienamente è il suo interlocutore originale: il Santo Profeta (S).
E’ questa la stazione della visione diretta: "Lo Spirito della Santità a te lo ha portato...", o, ancora: "Noi l’abbiamo fatto scendere su di te la Notte del Destino". Il Santo Corano, dunque, è sceso nel suo cuore, il che comporta che a nessun altro sarà dato di averne reale visione. Questo perché non si tratta di questione di carattere intellettivo e razionale, e neppure di percezione, ma di percezione dell’Arcano, di estasi allo stato puro.
E’ quindi una visione che solo il cuore, quello non già di tutti, bensì del Profeta (S), può intendere e sostenere, ché Egli è il ricettacolo per eccellenza: "Comprende il Santo Corano colui al quale esso è destinato". Difficile, pure, sarà esplicare tanta conoscenza, se non con esempi e per metafore: come potreste far intendere la realtà del sole, fornir l’idea della luce, a un cieco? Quale immagine potreste usare per dargliene sentore? Quale linguaggio adottereste?
Ora, la luce è cosa che rischiara; quello che ha conosciuto solo tenebre, come potrà recepirla? Sono questi veri nodi per la lingua, o forse tal nodo della lingua è l’eco d’un orecchio infermo: incapacità di esprimere causata alla lingua dunque, dall’impossibilità d’essere la cosa intesa. E’ questo il dramma dei Profeti (as).
Dell’Afflizione del Profeta (S)
L’afflizione del Santo Profeta (S) è la più grande di tutte, ché quella verità che ha appreso nel fondo del cuore, egli non può esplicarla. E chi saprebbe intenderla? Forse colui che è giunto alla stazione dell’Amicizia Perfetta? "Nessun profeta è stato torturato quanto me".
Se davvero egli ha detto così, la sua sofferenza era certo questa incapacità di comunicare, ché nulla è più frustrante dell’impotenza a far partecipi gli altri di quanto si sia trovato e si voglia condividere, e quanto gli era stato rivelato era al di sopra di tutte le meraviglie. Come quel padre che vuol indurre il figlio cieco a vedere il sole, ma che potrà mai quello vedere? E fa di tutto per fargli comprendere che cosa sia la luce, ma quali parole scegliere affinché intenda?
Usare espressioni ignote, quindi generatrici di ignoto, alla maniera degli uomini di scienza? "La scienza è il velo maggiore", e questo perché, come depositaria di concetti generali coi quali assorbe l’intendere, impedisce di andare oltre. Ma, soprattutto, è velo spesso, e nero, per gli Amici di Allah (SwT), e più uno attinge alla scienza ufficiale, tanto più questo s’infittisce e s’oscura.
Causa lo smisurato amor proprio, l’uomo, e talora anche l’uomo di scienza, concepisce la propria dottrina come comprensiva di tutte le verità del mondo, e tale sarà il suo credo fino a quando non riuscirà ad emergere da tanto involucro.
Della Scienza come Monopolio
Gli uomini di scienza considerano che la perfezione stia in quello che è stato dato loro di conoscere, di studiare, di capire. Il giurisperito immagina che esista solamente il Fiqh; lo gnostico, a sua volta, intende quel sapere come comprensivo di tutte le virtù, e così ognuno secondo la sua specializzazione, così il filosofo, l’ingegnere, e via dicendo.
Dunque, la scienza, che è esperienza e testimonianza, ove escluda ciò che essa stessa non è, anziché aiutarci ci avviluppa con il suo velo, che è il più spesso di tutti i veli pensabili e si risolve in impedimento a ciò che dovrebbe procacciare, in guida che svia. Così è per tutte le scienze riconosciute, che tutte conducono l’uomo all’egoismo: tanto più sono tecnicamente perfette, tanto più possono essere dannose.
Un terreno pietroso e salino, pur seminato con ottimo grano, non darà certo un gran raccolto. Ugualmente, un cuore velato, su cui non fa breccia il nome di Allah (SwT), non trarrà profitto da nessuna scienza. Il filosofo, con tutta la sua tecnica, prova astio per lo gnostico, e quest’ultimo tiene in spregio gli altri; ma, al di là di tutto ciò, è stato detto (da Jalal od-Din Rumi): "Le scienze sono solamente chiacchiere vane".
Delle Scienze come ‘Distrazione’ da Allah (SwT)
Non so per quanto tempo avremo ancora a seguire, in questo campo, il cammino degli smarriti; è comunque fondamentale che la scienza non ci impedisca di tendere a Allah (SwT), che non ci renda arroganti né ostili, sì da allontanarci dalla Fonte di ogni perfezione.
Numerosi sono coloro che, occupandosi di scienze sperimentali, razionali, o, persino religiose - perché ce ne è anche tra i mullah - hanno conosciuto tanta sventura: al cuore impuro la scienza non fa che accrescere fierezza nell’oblio di Allah (SwT). Queste persone, al momento dello studio, sono completamente assorte e in meditazione, ma al momento della preghiera sono del tutto distratte. Alla domanda: "Che dire di questo o quest’altro?", un certo mio amico - lo investa Allah (SwT) della sua grazia - era solito rispondere: "Così su due piedi non ricordo, ma se porti pazienza, quando mi raccolgo in preghiera mi viene in mente di sicuro".
Sembra che al momento della preghiera l’uomo sia sempre distratto, non già attento e partecipe, e altrove sia il suo cuore, certo non volto alla divinità: sta risolvendo problemi scientifici!
E’ triste che una scienza, anche quella religiosa, del commento coranico, la teologia stessa, invece di avvicinare l’uomo a Allah (SwT), essa che sarebbe per sua natura una premessa al fine supremo, finisca con l’ostacolarlo. La scienza religiosa e la conoscenza delle sue leggi dovrebbero fornire i mezzi - ma anche mezzi pratici, di azione - atti a spronarci, a svegliarci, sì da squarciare le nostre tenebre.
Squarciarle, sì, ma per farci giungere dove? Forse ai "veli luminosi". Dicono che siano settantamila, questi "veli luminosi", e altrettanti ne contino le tenebre. Certo è, che i veli, seppur luminosi, sono sempre veli, cioè sempre cosa che ostacola la vista.
Per il momento, noi siamo ancora avvolti dai veli oscuri, e ci rigiriamo: ma, alla fin fine, quale sarà la nostra sorte? In verità la scienza, a noi, è stata solo nociva; questa scienza, sia essa religiosa o razionale, che gli scienziati, poveracci, chiamano, con riguardo alla sagacia del metodo, "soggettiva".
Della Soggettività e dell’Obiettività
Se ogni branca di tal scienza soggettiva, cioè non "essenziale", ci è ostacolo, non già mezzo per evitare lo smarrimento, nostra destinazione sarà l’ignoranza e l’oscurità. No! Non è questa scienza un mezzo sicuro per arrivare alla salvezza, salvezza per la quale sono venuti a noi i Profeti (as).
I Profeti (as) sono stati mandati per aiutare l’uomo a emergere da questo mondo, da tanta tenebra, e indirizzarlo verso la Fonte di luce. Fonte di luce, e non già "lumi". Da questa parte le tenebre, il buio più fitto, e di là la luce, la Luce Assoluta. Volevano annichilire le tenebre nella Luce, annientare la goccia nel mare, anche se il paragone è inadeguato.
I Profeti (as) sono stati inviati per rendere possibile questa trasformazione, e scopo della scienza è cercare di favorirla, ma, la scienza, è soltanto un mezzo, e la Luce sola conosce obiettività. Noi tutti siamo altrettanti nulla venuti in essere, l’origine è di Lassù, l’obiettività è di Lassù. Compito dei Profeti (as) è cavarci fuori dalle tenebre, fuori dai lumi e guidarci alla Luce Assoluta.
Bisogna, poi, stare all’erta pure nei confronti della teologia, che, talora, non abbia anch’essa a velare la verità. Alcuni cercano di provare l’esistenza di Allah (SwT) Trascendente per via di logica, ma l’argomentare già nasconde la verità.
Non di questo tipo erano i ragionamenti dei Profeti (as) e degli Amici di Allah (SwT), e non perché essi fossero restii a dissertare, bensì perché non avevano bisogno di argomentazioni per provare il necessario. L’Imam Hosseyn (as), il martire per eccellenza, ha detto: "Sei Tu mai mancato?", e "Sia accecato l’occhio che non Ti vede e non s’accorge che sei presente". Ma l’occhio era già cieco!
Dell’Insorgere per la Causa di Allah (SwT)
La prima cosa da farsi è insorgere per la causa di Allah (SwT): "Dì loro:- Io v’esorto a una sola cosa: levatevi in Allah (SwT)-". Gli uomini impegnati lungo la via che porta a Allah (SwT) hanno considerato questa stazione come la prima in assoluto, così come l’ha presentata (‘Abdollah Ansari), l’autore di "Le stazioni dei Viaggiatori verso Allah (SwT)"; ma è pure possibile vedere in essa un semplice preambolo alla stazione vera e propria.
Il legato di persona già illuminata consiste nell’ammonire gli uomini a sollevarsi nella causa di Allah (SwT). Tutto ha inizio qui. Si tratta dunque di darci da fare allo scopo di realizzare la Volontà divina. Sembra che il messaggio si rivolga ai dormienti, a gente caduta, a incoscienti: "Dì loro:- Un consiglio vi do, alzatevi e sollevatevi in Allah (SwT)-".
Questo consiglio, noi non l’abbiamo ancora ascoltato e ancora non ci siamo incamminati. Anche molti tra i giusti agiscono solo per sé stessi. Bene, esistono alcuni, Amici di Allah (SwT), che sono di una razza diversa. Il messaggio è per noi addormentati: occorre intendere che esistiamo solo in apparenza.
In questo stesso momento vi sono dei Sorveglianti che hanno padronanza su di noi e ci conducono verso l’altro mondo. Dacché noi siamo venuti quaggiù, essi ci sospingono altrove. Noi saremo di certo trasportati altrove, partiremo, sì, ma in compagnia delle tenebre insieme ai nostri veli?
Dell’Amore per il Mondo come Radice di Discordia
L’amore per i beni di questo mondo è radice di tutti i guai, ché questo amore eccessivo conduce l’uomo a smarrimento. Pure i veri credenti, allorché Allah (SwT) li privi di qualche cosa, talora ne provano stizza e rancore.
Si dice che, quando un credente sia moribondo, alcuni spiriti maligni li facciano scorrere davanti agli occhi, per impedirne la pia dipartita, le cose a lui più dilette in questo mondo.
Se era studioso, gli mostrano i libri tanto amati e gli dicono: "Rigetta la tua fede; noi, tutto questo lo bruciamo". Se il moribondo era attaccato al figlio, gli mostrano quest’ultimo. E così per tutti, secondo gli affetti di ognuno.
Del Criterio Dirimente: l’Attaccamento alle Cose
Non pensiate, comunque, che siano necessariamente coloro i quali possiedono grandi beni terreni quelli che amano sopra ogni cosa la vita. E’ pure possibile, invece, che un tale con parchi e tenute sia più disinteressato a questo mondo che non un povero studente di teologia, padrone di un libro solo.
Il criterio, la misura, è l’amore per questo mondo, l’attaccamento ai beni in sé. Non sia mai che tale passione faccia dell’uomo un iroso nemico di Allah (SwT). Al momento della dipartita ci sai accorgerà che dobbiamo comunque lasciare le cose tanto care. Per essere salvi bisogna che questa passione venga meno e si annulli: là dove andremo, che siamo stai o meno attaccati a questo mondo, non cambia proprio nulla.
Che voi abbiate posto, o no, il vostro amore in un libro, questo è pur sempre vostro, così come si dà per la casa e per tutti i beni in genere. Per vivere liberamente occorre attenuare tanta passione: la più grave calamità per l’uomo è l’affetto esagerato verso i beni terreni che trova radice nel suo amor proprio, nel suo egoismo. L’amore per il mondo, per il potere, per il regno, per la moschea, reca l’uomo alla perdizione.
Le passioni sono veli tenebrosi, l’uno sopra l’altro: veli dappertutto. Quindi non dobbiamo metterci a discutere sul tale e sul talaltro, giudicandoli, loro, schiavi di questo mondo per la tale e la tal altra ragione, bensì guardare a noi stessi e considerare come, in verità, la ragione addotta per gli altri valga altrettanto bene per noi.
Ancora dell’Amor di Sé
Se questo amor si sé non fosse, non criticheremmo tanto gli altri, che lo facciamo solo in quanto ci riteniamo giusti, integerrimi, perfetti, là dove gli altri, pare, non lo sono affatto.
Ma, secondo il poeta (Khayyam) una donna, poveraccia, assai stigmatizzata, avrebbe risposto al censore: "Si, io sono come dici tu. Ma tu, sei quello che sembri anche tu?". Noi stessi ci siamo costruiti la nostra immagine sociale, facciamo vedere bene che siamo venuti in nome di Allah (SwT), che studiamo come si deve la Legge Divina, che siamo il partito armato di Allah (SwT), proprio così ci definiamo, l’esercito di Allah (SwT), e poi?
Corrisponderà all’intimo la faccia esteriore? Saremo veramente liberi da ogni ipocrisia? Forme di ipocrisia ce ne sono molte, l’ipocrita non è solo Abu Sufyan, che si dichiarava credente e non lo era. Questione di gerarchia anche qui: ognuno è sincero a modo suo, salvo che, un certo momento, da questo mondo bisogna pur andarsene, armi e bagagli.
Comunque, non si dica che qui non si fa altro di parlare di partenza per l’Aldilà, e che il mondo, invece, è trascurato. Gli Inviati (as) si preoccupano si dell’Aldilà, e lo predicano, ma si preoccupano anche della giustizia quaggiù, e il Profeta (S), pur tanto proteso alla sfera del divino, diceva: "Io spesso provo gran turbamento nel cuore, e invoco Allah (SwT) settanta volte al giorno, che mi perdoni".
Era un turbamento generato dalla presenza stessa di chi lo circondava e assillava, gente di ogni risma, spesso singolare, noiosa, non necessaria, che gli impediva di concentrarsi sul suo Amore, ostacolando quella Presenza che egli avrebbe desiderato ininterrotta e costante. E seppur si trattava di persone per bene, di credenti che volevano chiarimenti su questioni di fede, se pur egli scorgeva in tutti loro, come in ogni creatura, un segno e un nome da rispettare, ebbene, sempre impedimento era quello, sempre un distrarsi dalla stazione che era veramente la sua.
Ecco il disagio, ecco la pena del Profeta (S), ecco un altro aspetto di quei multiformi veli che circondano e soffocano. Quanto a noi, squarciamone almeno uno di questi veli, laceriamone uno quel tanto che basta a far coincidere la facciata e l’interno, le tracce della prostrazione sulla fronte e l’adorazione genuina, la santità grave dell’aspetto e l’orrore sincero dell’usura e della frode.
Né si dà contraddizione mai fra spiritualità e attività pratica. Colui che, dopo il Profeta (S) era il Maestro migliore, ‘Ali figlio di Abu Talib (as), lo salvi Allah (SwT), il giorno stesso dell'investitura prese la zappa, dice la storia, e se ne andò a lavoro.
Chi distoglie la gente dalla preghiera come da cosa non congeniale a questo mondo non si rende conto che la preghiera è, essa stessa, un tirocinio di vita pratica. I Profeti (as) che tanto invocano Allah (SwT), sì, che tanto vivevano di vita intellettuale, erano anche i primi a preoccuparsi, con tutto il disagio che si è detto, che nella giustizia trascorresse la giornata su questa terra. Le rivoluzioni le hanno fatte loro; le ha fatte Hosseyn (as) figlio di ‘Ali (as), su di lui la salute, partendo dalla preghiera. La preghiera chiarisce la vita, se è preghiera, indicando la Fonte.
La preghiera umilia la boria, non l’azione; la devia, quell’azione da noi stessi, e la volge al servizio dei fedeli di Allah (SwT), come dire di Allah (SwT) stesso. Chi protesta contro i libri di devozione non si rende conto di come questi libri costruiscano l’uomo, povero ignorante disperato. Le formula dei nostri Imam (as), l’invocazione del mese di Sha’ban, per l’accensione delle luci e tutte le altre cose, sono cose che non servono a niente? Recitarle significa sfoderare una spada!
L’invocazione di Sha’ban, tanto cara a tutti gli Imam (as), che non ne conoscono una simile? Una spada! Una lama che taglia il buoi, che guida la sollevazione, che fa la rivolta! Altro che incoraggiamento all’inattività! Altro che soggettività del soprasensibile, come sostengono certi signori! L’Oggettività vera arriva per tutti, non temete. Preghiera, prediche, parole di ‘Ali (as), guide al pellegrinaggio, tutto ciò è ginnastica che trasforma il bruto in essere umano.
Le Scienze? Sì, Ogni Scienza verso Allah (SwT)
E fatto che sia uomo, dal bruto che era, di tutto ciò l’uomo si serve, per la sua attività pratica. Anche per l’agricoltura: un’agricoltura, naturalmente, come piace a Allah (SwT).
Anche per la guerra: la guerra, è ovvio, contro l’empietà e la tirannide. Tali, tutte, le battaglie dei monoteisti e degli oranti; tali, sempre, fatti d’adorazione e d’azione, i seguaci del Profeta (S) di Allah (SwT) e del Principe dei Credenti (as). Quest’ultimo combatteva e pregava. Mentre s’uccideva intorno, pregava; colpiva egli stesso, e pregava. S’uccideva intorno, e qualcuno si rivolgeva a lui con domande su cose di religione?
Ebbene, si levava e gli rispondeva in Allah (SwT). "Ma ti pare il momento?" avrebbe obiettato qualcun altro. "E come no? Mi pare proprio. Ché non per questo ci battiamo, non per il mondo, non per sconfiggere Mu’awiya, non per conquistare la Siria. Che cos’è mai la Siria?".
Il Profeta (S) e il Principe dei Credenti (as) non miravano né alla Siria né all’Iraq, volevano fare degli uomini liberi dall’oppressione. Facevano, e pregavano. Sì, l’orazione del Principe dei Credenti (as) è una spada.
Effetto della Preghiera sulle Anime
Per allontanare il popolo dalla preghiera, la perversione è giunta al punto di dare alle fiamme, a volte - lo faceva Kasravi in un giorno determinato, scelto apposta - i libri di devozione e di mistica. Roghi di libri volete? Ma non sapete - o ben sapete -qual è l’effetto benefico di certi libri sulle anime!
Si prega, magari, con minor compunzione, o in maniera ripetitiva? Ebbene, l’effetto benefico sarà commisurato al minor impegno, ma è sempre meglio che non pregare affatto. Più pietà, meno furti. Andate a esaminare, in tribunale, le pratiche riguardanti qualsivoglia reato, e vediamo che percentuale di uomini di religione si trova. Per carità, i contrabbandieri si insinuano pure tra i mullah, non voglio dire, ma non certo perché pregano.
Chi segue le pratiche dell’Islam, o non ruba, o ruba meno. E attenzione anche a chi proclama: "Corano, Corano solo sulle piazze!". I nostri giovani non devono essere provati di ciò che al Santo Corano conduce. Ecco un altro grossissimo errore, ecco un altro subdolo suggerimento demoniaco: leggere solo il Santo Corano, basarsi solo sul Corano, e mandare in soffitta preghiere e tradizioni.
Santo Corano Senza Preghiera? Santo Corano Senza Tradizione? No!
No signori, non è possibile portare sulle piazze il Santo Corano facendo a meno di preghiera e di tradizione. Così parla Satana, per ingannare i giovani. Guardatevi tutti quanti, e ditemi se sono state più utili alla società le persone che hanno pregato e invocano il Signore nelle forme prescritte, o i propugnatori del "Corano solo".
Intorno a noi c’è un patrimonio storico immenso, a noi affidato, trasmesso, di pietà. E, fondazioni pie e opere di bene, chi le ha volute? Questa comunità fatta di siffatti fedeli, non altri. Anche i potenti, che c’erano una volta, anche i ricchi, quando erano pii, aprivano scuole e ospedali.
Sono fatti, e non vanno dimenticati. Ben lungi dall’essere d’impaccio, la devozione storica, positiva, va incoraggiata. E non solo perché ci perfezione, ma anche, appunto, perché aiuta a governare, ad amministrare un paese. Si aiuta a mandare avanti un paese arrestando il ladro, e anche pregando invece di rubare.
Facciamo conto che il 50% del nostro popolo sia dedito ad atti di devozione: ebbene, ecco un 50% di delitti in meno. Il commerciante devoto fa commercio onesto, non pecca, cioè non commette reato. Il brigante in agguato su per i monti, che tira fuori il fucile, spara e uccide, non è persona devota; se lo fosse non sparerebbe. La devozione è una disciplina, una maniera di educare la società, insegnata dal Profeta (S), cioè da Allah (SwT), che ha detto: "A voi non baderemmo se non pregaste".
E’ il Santo Corano che stesso che elogia la preghiera, che induce a pregare. Chi rifiuta la preghiera rifiuta il Santo Corano. Pregate. Dovete pregare. Possa fare Allah (SwT) di voi, e mantenervi, oranti che invocano il Suo Nome.
- 1. (as) Abbreviazione di “‘aleyhi/ha/hum assalam”, che la pace sia su di lui/lei/loro, che viene utilizzato accanto ai nomi dei profeti,degli angeli, dei puri Imam e delle donne del Paradiso (Khadija, Fatima, Maria)
- 2. (S) Abbreviazione di “salla allahu wa alehi wa aliyhi wa sallam”: “pace e benedizioni su di lui e sulla sua famiglia”.
- 3. (SwT), abbreviazione di “Subĥana wa Ta’ala”, Gloria e Lode a Lui, l’Altissimo